ABBIAMO OSPITI – MUSICA: gli enigmi di Colei che visse d’arte e d’amore

Articolo di Giulia Pasquazi Berliri – Autore Ospite de La Lampadina

Nata da un farmacista greco iNL30 - Maria Callas - Maria_Callas_Familymmigrato a New York, Maria Callas da piccola, aveva appena 5 anni, venne investita da un’automobile e rimase in coma per circa un mese. Superata questa prima difficoltà dimostrò fin da bambina il suo talento tanto che la madre le impose una vita di sacrifici sfruttandola come un enfant prodige.
Studiava anche 12 ore al giorno fra il Conservatorio e le lezioni di canto e così non visse l’infanzia, come non visse la giovinezza.
Amò profondamente Meneghini, perse la testa per Onassis, si innamorò di Pasolini, che la diresse in Medea. Ma non fu mai felice. Per tutta la vita inseguì l’amore e la famiglia che non ebbe mai.
Eppure divenne famosa, la sua parabola artistica raggiunse livelli incredibili al punto di fare di lei un mito, ma Maria era una donna fragile: la sua unica forza era la voce, precisa, potente, drammatica. Unica e irripetibile.
Ma oltre che per la tecnica superlativa, la Callas è ricordata per la maestria, mai vista fino ad allora su un palcoscenico, nel fondere canto e recitazione. Ma fuori dalla scena era spesso preda di laceranti sofferenze, di dubbi, di intrighi: la sua passione per Onassis non le lesinò alcun che!
A Londra negli anni Sessanta era nato il figlio che ebbe dall’armatore greco. Lo avevano chiamato Omero ma morì subito, dopo appena un giorno. Testimonianza di come il più acclamato soprano del secolo, adorata dalle platee del mondo, si fosse consegnata anima e corpo, senza pensare alla voce e alla carriera, al suo sogno di giovane: essere la donna di quell’uomo discusso, brutto, potente, misterioso, egoista, affascinante. Un uomo freddo e capace, dopo tante avventure insieme, di rinnegarla e abbandonarla! Questo figlio morto, per 17 anni Maria Callas lo visitò in segreto ogni primo lunedì del mese quando, con la complicità del custode, entrava nel cimitero di Bruzzano che era chiuso al pubblico. Puntuale come un orologio svizzero, la berlina blu con le tendine grigie che la nascondevano al mondo, alle 11 giungeva al cancello e lei entrava e si lasciava andare alle lacrime perché dietro quel nome, Omero, inciso nel marmo a lettere d’oro, si nascondeva un pezzo della sua vita. Un segreto. Suo figlio. Sì, quel figlio che era stata costretta a nascondere agli occhi del mondo; quel figlio che aveva fatto seppellire di nascosto in un angolo remoto di Milano, come se se nNL30 - maria callas - callas e onassise dovesse vergognare. Quel figlio che non aveva potuto abbracciare neppure una volta per la crudeltà di suo padre, Aristotele Onassis che non accettò mai la sua gravidanza.

La storia della “Divina” è tutta un romanzo, come una delle tante eroine tragiche da lei interpretate.
Notevolmente in sovrappeso, nel 1954 nel giro di pochi mesi riuscì a dimagrire di oltre 30 chili, assumendo la figura longilinea e quell’aria sofferente che la contraddistinsero fino alla fine. Di questo dimagrimento così rapido e improvviso si è data una versione molto romanzata, che lei tuttavia non si preoccupò mai di rettificare, sostenendo che avesse ingerito volontariamente una tenia, parassita intestinale comunemente noto come “verme solitario” assumendolo dentro una coppa di champagne. Effettivamente è difficile credere ad un’ingestione volontaria del parassita assumendolo in un liquido alcolico, ma considerando l’anima tragica della cantante non è da escludere una versione edulcorata ed eroica di una tale eventuale ingestione fortuita. Maria Callas neanche per una dieta poté staccarsi dalla sua aura tragica!

NL30 - maria callas - giovanecallasNel libro “La giovane Callas” di Bruno Tosi, sua cognata Pia Meneghini racconta: ”Il segreto lo conosco solo io. Maria mi fece giurare di non dirlo a nessuno, avallando così la tesi romanzesca che avesse ingoiato uova di tenia con un sorso di champagne. In realtà per dimagrire Maria fece di peggio. Contro il parere di Titta (Meneghini) e di mio marito, suo medico personale, si sottopose ad una pericolosissima cura di alcuni medici svizzeri. Praticamente assunse dosi massicce di estratto secco tiroideo e di ormoni con lo scopo di accelerare le funzioni metaboliche, eliminando così il grasso superfluo in tempi brevissimi. E ancora: impaziente di raggiungere un peso invidiabile, Maria si fece praticare direttamente nella tiroide istillazioni di iodio…”.

Anche la sua morte fu circondata dal mistero, infatti non sarebbe stata causata da un suicidio dovuto all’ingestione di barbiturici e, quindi, legato all’esaurimento nervoso. Infatti uno studio approfondito firmato da due noti foniatri e consegnato all’università di Bologna, sancì che la cantante era affetta da dermatomiosite, una malattia che provoca un cedimento dei muscoli e dei tessuti in generale, compresa la laringe: di qui la discontinuità e il declino della voce che iniziarono a manifestarsi già all’inizio degli anni Sessanta. La Callas, scomparsa il 16 settembre 1977, sarebbe dunque morta, come certificò il referto ufficiale, per arresto cardiaco dovuto allo stadio finale di questa strisciante malattia degenerativa e non per le cosiddette pene d’amore. Anche l’analisi della postura e della respirazione confermerebbero quest’ipotesi, d’altronde già formulata dal medico prof. Mario Giacovazzo che visitò la cantante nel 1975 ma rivelò il segreto solo nel 2002. La cassa toracica non si espandeva in corrispondenza delle prese di fiato ma si alzavano impropriamente le spalle e si contraevano i muscoli deltoidi. Insomma: il cedimento muscolare era evidente.

Oggi la Callas avrebbe 91 anni e, se la sua vita non fosse stata tanto minata da sofferenze, avremmo potuto godere NL30 - Maria-Callas - adieuancora della sua voce per altri anni perché come dice Zeffirelli “la congiunzione di stelle che si sono incontrate per creare un astro così completo e perfetto come Maria Callas non potrà ripetersi mai più”.

Giulia Pasquazi Berliri

PIANETA TERRA: nuove centrali nucleari crescono… Chi le accudisce?

In questi ultimi tempi è in atto un vero e proprio boom nello sviluppo e nella costruzione di nuove centrali intorno al mondo. La Cina, la Corea, il Sud Africa, l’ India l’Arabia Saudita e molti altri paesi guardano con interesse ai nuovi progetti e il totale dei nuovi i reattori in costruzione o in fase avanzata di progettazione è di circa 200.

Dal punto di vista finanziario chi ha investito nell’energia nucleare ha ottenuto e potrebbe continuare a ottenere dei margini molto interessanti ma….

Fukushima, è oramai passato qualche anno, ed è ancora vivo il ricordo di quanto è successo. Mille incertezze riaffiorano quotidianamente. Saranno riusciti i tecnici ed esperti gapponesi ad ottenere un completo disinquinamento del mare o dei luoghi e dintorni del disastro? Ci sentiamo sicuri nell’utilizzare alimenti provenienti da quelle zone?
Sia il governo nipponico che la FDA Usa ci confermano che  non esistono evidenze che alimenti provenienti da quelle zone provochino danni alla salute. Comunicati certo non chiarissimi e sappiamo come spesso i grandi enti ed anche i governi riescono con astute manovre divulgative a sminuire o perfino cancellare i problemi che di tanto in tanto si presentano nelle centrali nucleari o in altri simili eventi.

Certo Le quantità di denaro attorno all’argomento nucleare sono inimmaginabili e sicuramente prevalenti su ogni posizione salutistica.

C’è da considerare che il processo di produzione dell’energia nucleare non è considerato intrinsecamente pericoloso, le centrali di nuova generazione sono state progettate con dei margini di sicurezza elevatissimi e tali da scongiurare qualsiasi disastro derivato dal processo stesso.

Allora? Noi semplici cittadini ci chiediamo.. ma quale è il problema se ci sono tante assicurazioni e garanzie sugli impianti?

Il problema principale siamo noi umani e i nostri errori.

Sembra infatti certo che quanto successo a Fukushima sia derivato da  una serie di errori umani che hanno portato al disastro finale. Errori molto spesso dovuti a politiche lassiste, procedure di sicurezza non sufficienti, e una scarsa pianificazione logistica.
NL30 - energia nucleare - Reattori di Shin Kori in corea del sudIl problema quindi non è tanto del processo, quanto il fidarsi delle persone o degli enti predisposti al controllo delle regole e procedure che dovrebbero essere rispettate.
Consideriamo che i maggiori investimenti nell’energia nucleare, avvengono oggi in Cina, India, Corea del Sud e il Medio Oriente in generale.  Anche se non proprio corretto politicamente, ci chiediamo se e come ci possiamo sentire a nostro agio considerate certe regioni, una certa loro approssimazione nel fare le cose e in principal modo, se si tratta di centinaia di centrali nucleari.

La Cina ha tanti problemi, non risolti, in merito al “controllo di qualità” e in tantissimi settori, alcuni li abbiamo visti, altri ne abbiamo sentito gli echi.. figurarsi pensare ad una centrale nucleare costruita in loco.

L’India ha ancora ingenti necessità di aiuto da parte del Fondo Monetario Internazionale per costruire le sue obsolete – e in alcuni casi inesistenti – infrastrutture. L’ultima cosa di cui abbiamo bisogno è una manciata di centrali nucleari costruite a metà, lasciate in aree colpite dalla povertà e/o incustodite.

E il Medio Oriente? Regioni instabili in genere e non sembrano luoghi tra i più indicati per costruire centrali nucleari.

La Russia, stiamo particolarmente tranquilli? Lo abbiamo visto qualche anno fa con le loro reticenze sull’argomento Cernobyl. Gli Stati Uniti? Secondo il Nuclear Regulatory Commission sembra che quasi la metà delle centrali in funzione, operi pur essendo in violazioni con molte delle regole antincendio e il rischio di fusione del reattore a causa di incendio, è stimato a circa il 50%.

Tutti hanno il diritto o si sentono in  diritto di costruire centrali nucleari ma é la fiducia nella capacità degli esseri umani nel gestire centrali nucleari in modo assolutamente sicuro ed efficace che forse ci manca….

SEI GRADI DI SEPARAZIONE: il cappotto di Enrico Caruso

Nell’ultimo numero de La lampadina, siamo stati invitati a raccontare aneddoti che hanno coinvolto le nostre famiglie e personaggi diventati celebri nella storia e nella cultura.

Ne ho ripescato uno anch’io.  E’ una storiella gustosa.

La si raccontava in famiglia nella mia infanzia: ne ho trovato conferma navigando su Internet (trove.nla.gov.au/ndp/del/article/62395953) dove viene riportato un articolo di giornale del Settembre 1919.

NL30 - il cappotto di caruso - caruso-portraitCaruso racconta gli inizi della sua carriera di tenore e di come fosse diventato un cantante anziché un caricaturista, caratteristica nella quale manifestava un buon talento.

Caruso racconta che mentre studiava canto a Napoli, gli fu richiesto di cantare da solista in una piccola chiesa di Maiora. Al termine della cerimonia fu avvicinato da mio nonno, il barone Zezza, il quale lo invitò a pranzare e cantare nella sua villa.

A serata conclusa, quando si doveva tornare a Napoli, era tardi e pioviccicava. Caruso chiese e ottenne in prestito da mio nonno un cappotto.

Passati venti anni, dopo avere conquistato il successo sulle scene internazionali, Caruso ricevette da mio nonno una lettera più o meno di questo tenore: “Siete voi l’Enrico Caruso al quale vent’anni fa prestai un bellissimo cappotto che non mi è stato restituito? Vi prego di farlo ora o di pagarmi il corrispettivo”.

Caruso, indispettito, rispose: “Io sono quel cantante che ha cantato gratis a casa vostra. Per evitare che io prendessi freddo mi avete prestato non un bellissimo cappotto ma una giacca da caccia. Se volete che ve la paghi allora mi dovete pagare per avere cantato.  Il conto è di 4.000 dollari, oltre agli interessi maturati”.NL30 - il cappotto di caruso - enrico-caruso

Mio nonno rispose: “Il cappotto era un pretesto. Ho avuto quello che volevo: una vostra lettera autografa! Sarei molto contento se mi mandaste una vostra foto con dedica”.

Caruso gliela inviò inserita in una cornice di argento.

Purtroppo, nelle vicissitudini della vita, non so dove sia finita questa foto con dedica: ma l’aneddoto è rimasto ben vivo in famiglia!

ABBIAMO OSPITI – MOSTRE: Art or Sound a Venezia

Articolo di Laura Novello – Autore Ospite de La Lampadina

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Locandina della mostra "Art or Sound"

Violini surrealisti, pianoforti e voliere canterine, chitarre gonfiabili e strumenti musicali.

In un percorso dal Cinquecento ad oggi è quanto delinea la mostra organizzata dalla Fondazione Prada nella sua sede di Venezia di Palazzo Corner della Regina e curata da Germano Celant.

L'entrata della Mostra
L'entrata della Mostra

Il Tema è l’analisi del ruolo dell’artista/musicista, un incontro tra arti visive, oggetti, dipinti, partiture, sculture e manufatti. Sperimentazioni tra Ottocento, Futurismo e Dadaismo sino a Robert Morris, John Cage passando per Duchamp. Arman, Tinguely e Pistoletto.

Liberi sconfinamenti tra arte e suono e immagini destinati a sorprendere in ogni sezione della mostra veneziana sono gli elementi preponderanti nel tema. Dalle “scatole musicali” create dagli ingegneri del suono del Seicento (Antonio Grandi e Giovan Battista Casarini) alle opere improbabili che delineano, suoni, vibrazioni, rumori, assonanze timbriche: vere presenze nello spazio.

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"Sliced piano 2 yamaha motorcycles" di Armam

Oltre 180 opere sono riunite negli ottocento metri quadrati della Fondazione Prada; oggetti, automi, e macchine musicali accanto a dipinti, disegni, e partiture e ready-made decorati ed assemblati come le opere di Marcel Duchamp piuttosto che gli assemblages di Arman dove l’elemento predominante è il violino.
Per la prima volta viene utilizzato il Portego del Palazzo Ca’ Corner della Regina sul Canal Grande e le stanze laterali; frutto del lavoro del restauro iniziato dalla Fondazione nel 2011.

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Un'opera di Man Ray in mostra

Il titolo della rassegna Art or Sound esprime la sorprendente ed interessante ricerca ed il confronto tra gli ultimi cinque secoli – dal Cinquecento ad oggi- del suono fatto fluire in più dimensioni tattili e percettive in cui lo spettatore è emotivamente coinvolto al fine dell’ascoltare le istallazioni sonore di Robert Rauschenberg e Laurie Anderson sino a Martin Creed e Nam June Paik seguendo magici percorsi dove arte e suono risuonano senza tempo.

Fondazione Prada. Venezia calle della Regina, Santa Croce 2215

Sino al 3 novembre 2014.

Laura Novello

 

 

 

 

video con l’intonarumori di Antonio Russolo

 

 

ABBIAMO OSPITI – MUSICA: “Cartelle cliniche” di alcuni grandi musicisti.

Articolo di Giulia Pasquazi Berliri – Autore Ospite de La Lampadina

Un fattore che accomuna numerosi grandi della musica è la morte precoce e, grazie a delle testimonianze della loro epoca, sappiamo quale e come fosse avvenuto il loro decesso. Ma la loro arte fino a che punto è stata influenzata dal loro stato di salute?
Sicuramente ha inciso nelle loro composizioni, talvolta rendendole ancora più particolari e suggestive, persino struggenti. Della sordità di Beethoven, della polmonite di Chopin e dell’insufficienza renale di Mozart se n’è molto parlato e allora vediamo di conoscere cosa ha condotto a morte altri musicisti.

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Robert Schumann

Schumann aveva sempre avuto fobie e sbalzi d’umore: prima della comparsa della malattia che lo portò al tentativo di suicidio, sviluppò per circa due mesi tutti i sintomi psicotici. Aveva allucinazioni acustiche, nelle quali una nota musicale veniva continuamente suonata nella sua testa; all’inizio questo fenomeno disturbava solo le sue notti, ma alla fine lo angosciava anche durante il giorno. Tra l’altro non poté coronare il sogno di diventare un grande pianista a causa di esperimenti insensati cui si sottopose per perfezionare la sua tecnica pianistica durante l’inverno del 1831-1832 e che gli causarono la perdita dell’uso dell’anulare della mano destra e così decise di dedicarsi alla composizione, dove dimostrò tutto il suo talento.

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La partitura del Bolero di Ravel

Il suo stato di confusione mentale divenne di pubblico dominio il 27 febbraio 1854, quando in preda ad un grave episodio depressivo il compositore, che all’epoca viveva a Düsseldorf, lasciò la sua casa in veste da camera e pantofole e si avviò verso il Reno. Raggiunto il ponte a pedaggio, si gettò d’improvviso nelle acque gelate. Dopo una dura lotta, alcuni pescatori riuscirono a riportarlo a riva. Schumann fu allontanato dalla sua casa e portato in una clinica per malattie mentali vicino a Bonn. Morì nel 1856 a soli 46 anni.
Maurice Ravel il cui Boléro – portato a termine nel 1928, e notissimo per la sua orchestrazione particolare e per la complessa strumentazione – fu composto quando era già affetto da afasia progressiva primaria e da una degenerazione corticobasale. Nel celebre brano si alternano due temi melodici principali, che si ripetono otto volte, in un graduale e continuo crescendo, dal pianissimo iniziale fino al travolgente finale, per un totale di nove ripetizioni del primo tema e nove del secondo.
Il Bolero è stato definito da medici e studiosi un esercizio di compulsività di struttura e anche di perseverazione: non cambia, infatti, fino alla 326esima battuta, quando improvvisamente accelera.
Nel 1932 poi, a cinquant’anni, Ravel fu coinvolto in un incidente d’auto piuttosto grave a seguito del quale la sua produzione artistica diminuì sensibilmente. Colpito da ictus all’emisfero sinistro del cervello, non fu più in grado di leggere la musica, ma continuò comunque a dirigere l’orchestra.

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Cosa ne pensava Ravel della composizione...

A causa di un’atrofia cerebrale, le sue condizioni peggiorarono inesorabilmente fino al 1937 quando fu operato alla testa. L’intervento non ebbe alcun esito e Ravel morì dieci giorni più tardi.
Specialmente nell’Ottocento i compositori erano permeati di un ideale romantico che, se pur appagante nello spirito, spesso non soddisfaceva la loro vita sessuale: per questo molti s’innamoravano di donne irraggiungibili e poi si appagavano con incontri mercenari. La sifilide ne era l’inevitabile risultato. Neppure una malattia letale – a quel tempo molto più pericolosa di quanto sia l’AIDS oggi – riusciva a trattenerli dal perseguire le loro inclinazioni!

E’ il caso di Franz Schubert, che morì di sifilide quando non aveva ancora 32

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Franz Schubert senza i suoi occhialini

anni: il piacere sfrenato con una quantità di donne da una notte gli regalò la malattia che lo avrebbe finito prima che lui a sua volta finisse la sua musica. L’amore per lui si tramutava sempre in dolore forse perché, goffo e timido con le donne e poco attraente nella figura, non riusciva ad avere approcci femminili soddisfacenti. Inoltre non si curava dell’abbigliamento e dell’igiene personale, odorava di tabacco e nonostante avesse dei bellissimi occhi li nascondeva dietro a degli orribili occhialini che portava sempre, anche a letto. Il certificato di morte di Schubert attesta che egli morì di febbre nervosa, ma dalle medicine prescrittegli prima della morte è chiaro che soffrisse di sifilide.

Giovanni Battista Pergolesi fu forse il primo musicista che raggiunse in brevissimo tempo fama universale e questa fu raggiunta nei cinque-sei febbrili anni di attività, dal 1730 circa al 1736, quando Pergolesi si spense a soli ventisei anni.

NL30 - cartelle cliniche musicisti - Pergolesi morente mentre compone lo Stabat Mater
Pergolesi morente mentre compone lo Stabat Mater

Senza dubbio, la famiglia di Pergolesi doveva essere molto minata dalla tubercolosi. Dei quattro figli di Francesco, Giovanni Battista, che pure morì poco più che ventenne, fu l’unico a sopravvivere: la sorella Rosa e gli altri due fratelli morirono ancora bambini. Gli stessi genitori si spensero a pochi anni di distanza l’uno dall’altro!

Nello stesso musicista dovettero manifestarsi sin dalla nascita i sintomi della malattia che doveva bruciargli in pochi anni l’esistenza, visto che si pensò di cresimarlo non già a sei anni, com’era consuetudine, ma a soli diciassette mesi. Forse una forma di poliomelite gli provocò l’anchilosi della gamba sinistra, ma di certo la tisi ne minò inesorabilmente lo sviluppo fisico-organico. Le caratteristiche originali della musica pergolesiana sono la dolcezza e la malinconia che traspaiono dalla creazione melodica.
Nel 1735, sentendo diminuire continuamente le proprie forze, lasciò ogni attività e si ritirò a Pozzuoli nel convento dei frati Cappuccini ove finì, pochi giorni prima di morire, il meraviglioso e inarrivabile “Stabat mater”.
Nicolò Paganini nacque nel 1782 e il padre si propose di fare del figlio un bambino prodigio: gli impose orari di studio pesantissimi, gli vietò di giocare con i suoi compagni, punì ogni mancanza con percosse e privazioni di cibo.
Il fisico del bambino, già di per sé non robusto, ne patì molto e la salute ne risentì gravemente. Nonostante ciò, Nicolò crebbe nell’amore della musica e del violino.
Studiava tutte le risorse dello strumento; piegava il suo violino a imitare le voci più disparate della natura (il canto dei vari uccelli, le voci di diversi animali, dal gatto all’asino; i timbri di vari strumenti, dal flauto alla tromba e al corno) e tutto ciò impressionava il pubblico. La sua esistenza fu minata da molte malattie e tutta la sua vita fu tormentata da frequenti colpi di tosse, tanto che gli diagnosticarono una laringite tubercolare e, a causa degli sforzi della tosse, non poté più parlare e diventò completamente afono.

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Niccolò Paganini: "Non sono bello, ma quando le donne mi sentono suonare mi cadono ai piedi"

Il 1834 fu l’inizio dei sintomi più eclatanti di una malattia polmonare all’epoca non diagnosticata, segnata da accessi di tosse incoercibile, che duravano anche un’ora, che gli impedivano di dare concerti e che lo spossavano in maniera debilitante, per la quale furono interpellati almeno venti fra i medici più famosi d’Europa, ma che nessuno riuscì a curare minimamente. Un medico di Pavia finalmente emise la diagnosi di tubercolosi e lo curò con un rimedio dell’epoca, il latte di asina. Solo in seguito propose medicamenti mercuriali e sedativi tipici dell’epoca, con poco risultato e grossi effetti collaterali. Nel maggio 1840 fu colto, mentre si metteva a tavola, da un fortissimo accesso di tosse e la violenza di questa gli provocò una emottisi da cui fu stroncato a soli 58 anni.
Sacrifici e sogni, sono quelli che hanno accomunato tutti i compositori in cerca di realizzazione, e questo ha dato loro la forza per portare avanti anche fra le sofferenze i loro progetti e regalare al mondo dei brani musicali “eterni”.

Giulia Pasquazi Berliri

ABBIAMO OSPITI – ATTUALITA’: Invito ad una lettura, ovvero commento all’articolo di Beppe Zezza su Chomsky

Articolo di Alessandro Berra – Autore Ospite de La Lampadina

A Beppe Zezza circa il suo articolo su Noam Chomsky, sulla nascita e l’uso della comunicazione.

Chomsky ha colpito l’autore con l’ipotesi che la “specie” umana sia dotata di una grammatica universale innata. L’innatismo non mi appare molto convincente perché figlio dell’ignoranza: tutto ciò che non si capisce potrebbe essere spiegato definendolo “innato”.

Affascinanti, invece, gli studi (neppure tanto recenti) del gruppo di ricerca in fisiologia umana dell’Università di Parma, facente capo a Giacomo Rizzolatti (1937- vivente). A quello che ho capito, studiando il comportamento dei neuroni quel gruppo di scienziati si è domandato com’è che noi umani riusciamo ad afferrare immediatamente il significato delle azioni degli altri, comprendendone intenzioni ed emozioni.

Costoro hanno individuato, fra quel centinaio di miliardi di neuroni presenti nell’umano, un gruppo, denominato “neuroni specchio” che si attivano (”sparano”, dicono i neurofisiologi) sia quando compiamo una certa azione che quando la vediamo compiere da altri. Cioè nel cervello umano (ma le prime scoperte sono state fatte nel cervello di alcuni primati) ci sono questi neuroni preposti all’imitazione.

E quel che segue non sono più sicuro di averlo letto nei lavori del Rizzolatti o nei tanti altri studi che si sono sforzati di dedurne delle conseguenze ed ipotizzare delle spiegazioni: di fronte ad un “altro” che compie un atto, il bambino NL30 - carteggio berra zezza - neuroni_specchio“imita”: il neurone innescato crea una catena di neuroni – assoni – dendriti che porta l’impulso al muscolo, cercando di attivarlo perché compia l’azione vista. E se l’imitazione va a buon fine, quel circuito è “memorizzato”: in qualsiasi analoga situazione si sarà in grado di ripristinarlo, così come di riconoscerlo quando vedremo compiere l’azione da altri. Quanto spesso, nella comune esperienza, seguiamo l’azione altrui partecipando delle sue tensioni muscolari?

Il che mi sembra significare che le prime attività del neonato dovranno essere rivolte a creare questa fitta rete di circuiti che permettano al cervello di ripetere quello che altri avranno fatto. Più circuiti verranno “installati”, più semplice sarà crearne di nuovi, sfruttando i collegamenti già “inseriti”. Più il bambino viene sollecitato e prima sarà in grado di portare velocemente a termine i suoi successivi collegamenti.

La madre sta parlando al bambino? I neuroni specchio del neonato cercheranno di stabilire quei collegamenti che, partendo dal cervello, attivano, sul percorso neurone – dendrite – neurone, quei muscoli della fonazione, quei movimenti complessi della bocca (come potremmo insegnarli, se neppure ne siamo consapevoli?) che il bambino è, nella sua natura, chiamato a replicare.NL30 - carteggio berra zezza - quote Ramachandran

Convincente? Secondo me, assolutamente persuasivo ed illuminante! Chi non ha notato il neonato, appena in grado di fissare attentamente, che osserva la madre con occhi sgranati per poi concentrarsi nel tentativo di imitazione? E, in una fase successiva, il bambino “lalla”: cerca di mettere ordine nei suoni che ha imparato a ripetere e cerca di imitare, con una concentrazione degna di grandi imprese.

Si formerebbero così quei misteriosi circuiti che fanno nascere il linguaggio.

Per chi fosse interessato a saperne di più, lo stesso Rizzolatti (con Lisa Vozza) ha dedicato all’argomento un volumetto “Nella mente degli altri. Neuroni specchio e comportamento sociale”. Ma sempre Rizzolatti ha scritto sul tema volumi un po’ più complessi, come “So quel che fai. Il cervello che agisce e i neuroni specchio”.

Quanto all’affermazione che Chomsky NL30 - carteggio berra zezza - Rizzolattisarebbe il “maggior intellettuale pubblico del mondo”, domando: come si fa una classifica degli intellettuali e come si misurano, con un dato quanto possibile obiettivo, i loro apporti? Più facile misurarne la notorietà, che non è molto obiettiva: è facile essere sulla bocca di tutti (questa, oggi, è Notorietà) purché si dicano cose “fuori del comune”; o no?

E allora via a chi le spara più grosse; e la notorietà unita ad una certa aria scientifica diventa Fama.

Alessandro Berra

 

E questa è la risposta di Beppe Zezza

Gentile Alessandro Berra

Innanzitutto grazie per il suo commento al mio articolo e per le indicazioni di lettura. Che stimolano la mia (malcelata) vocazione di sapere “di tutto un po’’”. Non mancherò di cercare il libretto che cita.
Sto ora leggendo – con un po’ di fatica, perché l’altra faccia del “sapere di tutto un po’”  è quella di “sapere ( e quindi comprendere) poco di tutto” – “Linguaggio e problemi della conoscenza” del citato Noam Chomsky. Affascinante!
Vorrei fare qualche osservazione al suo commento.
Sono d’accordo che la nozione di “innato” sia figlia della “ignoranza”. Io la vedo correlata alla nozione di “mistero” che Chomsky usa: innato è qualcosa la cui origine non sappiamo razionalmente spiegare.
Forse dovremmo aggiungere: “oggi”!
Quanto al discorso relativo ai “neuroni specchio” , io direi che illustra il  “come” avvenga l’apprendimento, cioè il “meccanismo fisiologico”, ma non fa fare alcun  passo in avanti sul “perché” –sul “come mai ciò avviene”  – cioè sull’aspetto “filosofico” della questione, quello che Chomsky chiama “il problema di Platone” (reminiscenze degli studi classici: “idee innate”).
Chomsky nel suo libretto  mette in evidenza che caratteristica del linguaggio è la “creatività”: “In un discorso non si ripete semplicisticamente ciò che si è udito ma si producono nuove forme linguistiche e non ci sono limiti a tali innovazioni”.
In altri termini il linguaggio non è solo “imitazione”.
Quanto alla definizione di Chomsky come “il maggior intellettuale pubblico del mondo” è chiaro che non si tratta di una “definizione scientifica” fondata su criteri specifici “misurabili” e “ripetibili”.
E’ frutto di un “sondaggio” (e tutti noi siamo ben coscienti della validità “scientifica” dei sondaggi!) ed è un’opinione (nulla di più di una mera “opinione”) espressa da un pur autorevole giornale come il “New York Times”.
Sono peraltro d’accordissimo che specialmente per i contemporanei, la notorietà, legata a doppio filo ai “media” , non deve essere in alcun modo confusa con il “valore”: su questo potrà essere giudice solo la storia.

Cordiali saluti

ABBIAMO OSPITI – ARTE: lo scienziato appassionato

Articolo di Ilaria Dagnini Brey – Autore ospite de La Lampadina

La prima impressione, entrandoci, è quella di un qualunque magazzino, se non fosse per i cartelli agli angoli dei corridoi che dichiarano, a caratteri neri su fondo giallo, “Dare sempre la precedenza al passaggio delle opere d’arte.” Una gran bella frase in assoluto, che nel contesto specifico del luogo indica che ci troviamo nel sottosuolo del Metropolitan Museum di New York. Qui, lontano dagli occhi del pubblico, restauratori e tecnici della conservazione si prendono cura dello stato di salute fisico delle opere d’arte del museo.
Come ogni sotterraneo che si rispetti, il basement del Met non è avaro di sorprese: una porta aperta rivela due Velazquez su cavalletto, in attesa di pulitura. E nei corridoi si sente parlare molto italiano: “ci sono molti tecnici bravissimi qui, italiani di prima generazione, anche se oggi l’emigrazione italiana è di livello post-universitario,” commenta Paolo Dionisi Vici con un sorriso tra l’ironico e l’amaro. NL30 - Paolo Dionisi Vici
Laureato a Firenze in scienze forestali e un dottorato di ricerca in scienza del legno, da studente Dionisi Vici sognava di salvare la foresta dell’Amazzonia; oggi invece applica la tecnologia del legno alla conservazione dei beni culturali. Sempre di legno si tratta, un materiale che, come appare fin dalle sue prime parole, non smette di affascinare questo scienziato che nel suo, poco, tempo libero suona il sassofono.

Che si tratti delle navi vichinghe del museo di Oslo o del supporto ligneo della Madonna d’Ognissanti di Giotto agli Uffizi, Dionisi Vici misura e analizza gli effetti a lungo e medio termine delle condizioni ambientali sugli oggetti lignei. L’obiettivo è quello di ottenere una banca dati che permetta di arrivare a capire come si comporta strutturalmente un dipinto su legno, per esempio, quando è sottoposto a variazioni di temperatura o di umidità relativa.
“Il clima del museo è costante,” osserva Dionisi Vici, “ma come replicare il clima mutevole di una chiesa di Firenze, per esempio?” Nel caso di trasporto di opere d’arte, poi, “non sappiamo,” aggiunge, “a quanto stress è sottoposto un quadro quando viaggia o cosa succede quando è chiuso in una cassa o in un aereo.”

Il Kit Deformometrico, messo a punto da Paolo Dionisi Vici con gli ingegneri Stefano Lucchetti e Massimo Liggio, è, agli occhi del profano, un “aggeggio” costituito da quattro sbarrette metalliche: collocate sul supporto ligneo del quadro, e quindi invisibili al pubblico, queste sono i trasduttori, che rilevano le reazioni dell’opera d’arte alle condizioni di temperatura e umidità dell’ambiente in cui si trova e le trasmettono, attraverso una tecnologia wireless, a un registratore di dati. Il più celebre intervento rimane quello sulla Gioconda che dal 2007 porta sulla sua tavola di pioppo – o, per usare le parole di Dionisi Vici, sulla sua “pelle” – il dispositivo che rileva e comunica all’esterno lo stato di benessere, o malessere, del dipinto.

Se l’orgoglio di vedere associato il proprio nome a un simile capolavoro è più che comprensibile, il lavoro che Dionisi Vici svolge nel Dipartimento per la Ricerca del Met – il cui direttore è l’italiano Marco Leona – ha obiettivi di ampia portata. La conoscenza approfodita dei comportamenti del legno permette di fornire indicazioni scientifiche ai restauratori il cui lavoro fino a oggi si è fondato principalmente su istinto ed esperienza. E su questo particolare aspetto del suo lavoro che erompe la passione di umanista di Paolo Dionisi Vici. “Quando mi chiedono di predire l’aspettativa di vita di un’opera d’arte in restauro, io non voglio rispondere cento o duecento anni. Io voglio che duri per sempre… Forever!”

Ilaria Dagnini Brey

COSTUME: Le smanie per la villeggiatura.

NL30 - smanie per villeggiatura - cover libroGià nel lontano 1761 Goldoni ne parlava nella trilogia dedicata alle vacanze e  per tanto tempo da allora nulla è cambiato.

In tempi più recenti le case di città venivano impacchettate e chiuse per mesi, per tutto il periodo delle lunghe vacanze estive. Con un lungo lavoro i tappeti  venivano arrotolati e cosparsi di naftalina, le tende smontate o  ricoperte, bianchi teli venivano stesi su divani letti e poltrone. Nessun argento a luccicare, soprammobili chiusi negli armadi e le case vissute per tanti mesi invernali diventavano più grandi ,più spaziose, silenziose mute, senza strilli  di bambini,rumore di giochi, musica, passi di corsa.

Restavano a volte i mariti che, in attesa delle loro più brevi vacanze, rimanevano per qualche mese padroni assoluti e a volte radiosi, di case divenute tanto estranee. A volte affidati alle cure di solerti portiere o vecchie cuoche in pensione da anni e riesumate per l’occasione per nutrirli con cibi non eleganti ed in genere untissimi.

Mogli preoccupate riempivano di raccomandazioni e solo dopo alcuni mesi la casa tornava a rivestirsi di oggetti, di rumore, di vita.. La portiera tornava giù e la cuoca tornava nella sua casa

ORA?

Nelle giovani coppie sono quasi sempre in due a lavorare: i periodi di vacanza sono brevi per ambedue.
I figli intanto vanno e vengono da viaggi di studio, la casa non viene smontata: per un periodo così breve non ne vale la pena, ci si allontana per poco , ma, a volte accade che…

Il giorno prima della partenza l’allarme fa le bizze: suona come un pazzo senza alcuna presenza estranea e tace cocciuto quando simuliamo un’intrusione.

Il tecnico è già in vacanza. Il sostituto non da alcuna certezza di intervento prima dell’orario di partenza. E sarà bravo?

Agitazione ed ansia

Un ultimo controllo all’irrigazione automatica che la scorsa estate ha inondato per giorni e giorni tutti i clienti del bar sottostante, provocando telefonate furiose del gestore che non sapeva come salvarsi dall’inondazione continua.

Funziona per fortuna.

Il sostituto del sostituto del sostituto del filippino che ci segue durante l’anno, ovviamente suo cugino primo, parente strettissimo, venuto a prendere in consegna le chiavi, non parla e non capisce alcuna lingua al mondo. Ci ritroviamo a comunicare a gesti mimando il pulire, spolverare, annaffiare le piante del salotto e nel farlo ci sentiamo totalmente idiote.

Si inchina, sorride e dice continuamente  “si”.

Lo avvisiamo (ma ci saremo riuscite?) che i ragazzi passeranno a lasciare le loro valigie per ripartire subito dopo. Che dovrà fare qualche lavatrice e stirare. “Si signora, si signora, yes madam.” Sorride. Si capisce che non ha capito nulla.

Non basta. Se poi ci succedesse qualcosa? Se l’assenza dovesse prolungarsi? Un ospedale per cui non possiamo tornare per qualche tempo? Verrebbe la suocera al galoppo a prendere le redini della situazione e non vedrebbe l’ora di mettere il naso dappertutto.

Ed è così che due giorni prima della partenza estiva si fanno invece le pulizie di Pasqua. Tutti i cassetti in ordine perfetto, la biancheria in pile ordinate ben diverse dal solito mucchio, la cucina con le forchette allineate come soldatini,come i coltelli, il frigorifero asettico, le scarpe pulite bene in fila nell’armadio.

Mariti sbigottiti assistono a queste grandi manovre. Ma LEI non potrà dire “Mamma mia quanto è disordinata! Povero figlio mio!”

Ora di preparare la valigia. Ahh… quest’anno poche cose INDISPENSABILI. Lo scorso anno una tonnellata di cose inutili. Così… pochi mucchietti preparati sul letto da mettere nella sacca piccolissima. Ma….

Se ci invitassero alla festona annuale di ferragosto??????

Tocca aggiungere un vestito elegante, ed allora anche le scarpe adatte, e la borsa e la sciarpa. E se poi andassimo a fare delle escursioni? Qualche golf, altri pantaloni, una giacca…ed è così che il piccolissimo sacco si gonfia a dismisura fino a trasformarsi in una enorme valigia . E i ragazzi fanno lo stesso.

L’ingresso sembra il terminal di un aeroporto. Ci vorrà un camion, la macchina non basterà.

Si parte finalmente. Carichi come per stare fuori mesi e si tratta di brevi vacanze..

Da fuori ogni tanto una telefonata inutile al sostituto del sostituto che al telefono è ancora più indecifrabile, ma pare tranquillo.

Ma al ritorno non facciamoci illusioni: il caos di mucchi di biancheria usata svuotati in ogni stanza, e li rimasti, piante del salotto stecchite, polvere..

Il sostituto del sostituto del filippino ci accoglie sorridente, felice, orgoglioso: ha imparato due frasi  in nostra assenza:

“Visto signora? Tutto bene.”

Lalli Theodoli

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